XIX, Some things we don’t do

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Sono tornato nella taverna di Marco “XIX” Anulli. L’ultima volta che ci sono stato abbiamo ascoltato insieme il suo primo EP. Era un lavoro fatto in totale libertà, sperimentale, ma dotato di sani princìpi oserei dire.  Oggi vuole presentarmi il suo primo prodotto “ragionato”, cui ha cominciato a lavorare prima della fine della precedente fatica…

L’impressionante artwork del CD è una delle foto-trappole di George Shiras. Folgorati dal flash in un istante di grande dinamismo i tre animali, tanti quanti le tracce, si rivelano a noi per poi rituffarsi nell’oblio. È una metafora del processo creativo di Marco, che cerca di fermare sul supporto magnetico del computer le sue intuizioni, mantenendole però evanescenti, indefinibili.

   XIX: Questi tre pezzi sono omogenei, pensati, legati fra loro. Il nome dell’album è un omaggio esplicito agli Swan [vedi questa canzone], ho voluto tributarglielo dopo averli visti suonare l’anno scorso. È stato qualcosa di molto forte, di molto bello. Suonando ho voluto ricreare tre stati d’animo che ho passato diverse volte, che sono corrisposti a periodi di paralisi e di perdita di me stesso. Ho notato che riesco a mettere sentimento nelle mie tracce se sto passando un momento “giù”, è da questo che nasce il loro tono malinconico. Parafrasando Tenco, “quando sono triste faccio tecno”. Potete ascoltare l’intero album qui.

SOME THINGS WE DON’T DO
1. Be Not
2. Have Not
3 Love Not

1. Be Not

   XIX: Questa traccia è la seconda che ho composto dalla nascita del progetto XIX. L’ho messa da parte perché sentivo che era un qualcosa di più “definito” rispetto ai lavori del primo album. Quello era una raccolta di cose fatte, qui ho fatto un maggiore lavoro di selezione, lavorazione, sottrazione. Questa traccia esisteva, e si chiamava Be Not, già da prima della registrazione del mio primo EP. Ecco quanto ci ho lavorato, ed ora funge da ponte fra le mie due produzioni: parte con delle frequenze “nebulose” per poi svilupparsi in qualcosa di maggiormente definito. A livello di arrangiamenti qui il genere rimanda molto di più al post-rock che non all’ambient dato che ho utilizzato suoni caldi e molto pianoforte. Nella seconda parte di Be Not entra un giro di piano storto ma estremamente carezzevole, mi piace molto. Questo strumento (che ha suonato per me Mattia dei 124c41+) è un po’ una delle novità del disco, valorizzata dagli strumenti maggiormente professionali che ho acquistato per registrare.

2. Have Not

   XIX: L’inserimento di suoni ambientali è un altro elemento inedito che ho aggiunto alla mia produzione. Il fruscio iniziale è un rumore di foglie che ho registrato in esterno. Ne scaturisce una sequenza noise che esplode e si realizza nel pezzo vero e proprio, in cui è molto più percepibile la matrice post-rock di S.t.w.d.d., con i suoi suoni più analogici, la struttura meno improvvisata, i giri più definiti… Nel cuore di Have not c’è la strofa musicale che è un po’ il simbolo dell’album [minuto 2:54]: molto pacata, calda, il preludio della rumorosa esplosione finale. Al suo interno  puoi riconoscere un suono che ricrea le pulsazioni cardiache, una sonorità che ho ottenuto in una maniera che non saprei proprio ripetere, derivata da un processo molto istintivo.

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Le nostre interviste sono sempre molto casalinghe. Qui riconoscerete Marco e suo cugino, Leonardo dei 124c41+. I due progetti sono letteralmente imparentati, dopo le numerose collaborazioni sta nascendo l’idea di uno split album…

3. Love Not

   XIX: Il luogo più rilassante di tutto il cd, fatto di tappeti sonori a cui si sovrappongono vari take di piano.  L’idea alla base è stata quella di ricreare un pezzo sulla falsariga della collaborazione Fennesz + Sakamoto: Mattia mi ha inviato delle tracce di pianoforte, che io ho rielaborato cambiandone i suoni, sovrapponendole, anche qui inserendo molti suoni ambientali… Senti il canto delle cicale? Insomma, pianoforte alla base, patterns sonori tutti intorno. Qui il disco “respira”, è un pezzo di una certa unicità all’interno del mio lavoro.

Some things we don’t do è un album estremamente fruibile, ascoltabile per intero in 20′. È diretto e lascia un gusto non ben definibile in bocca, ha il retrogusto malinconico di uno dei gelati della nostra infanzia. Anche il suo genere sfugge alle definizioni, collocandosi tra l’electro ed il post-rock. L’autore ha voluto coinvolgere l’ascoltatore offrendogli un prodotto levigato e convincente, offrendogli anche tutta la schiettezza artistica possibile.
La nuova stagione di live è in preparazione e prevede un massiccio supporto visual. La collaborazione con l’etichetta Concrete ha portato la musica prodotta in questa taverna, zona Borgo Rivo, Terni, fino agli stores di Berlino; tanta è la strada che si può fare, un passo alla volta, a partire dal sottoscala di casa propria.

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E per concludere, pedali.

 

XIX è Marco Anulli, guitars and electronics.

Keyboards by Matath Yah.

Label: Concrete Records

Cover Picture by George Shiras

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Studia la giurisprudenza e legge i fumetti. reCensore per Ephebia.it e Bandwall.it

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