IOSONOUNCANE @ Init Club

“sulla pancia le hanno scritto LAZIO MERDA LAZIO MERDA”

L’opportuna premessa da fare è che non mi era mai capitato prima di vedere IOSONOUNCANE dal vivo. La macarena su Roma mi aveva incuriosita ma non tanto da strapparmi i capelli – avevo a suo tempo apprezzato qualche brano ma, ecco, era finita lì.

die bart die
L’inevitabile primo pensiero

Quando ho sentito Tanca per la prima volta invece il mio cervello è andato in tilt. Non so cosa mi aspettassi, a dire il vero, ma qualunque fosse stata la mia aspettativa era stata ampiamente superata. Un po’ frastornata dall’ambiguità del titolo dell’album – DIE si può leggere sia in inglese, sia in tedesco, sia in sardo (!) – decido di togliermi la curiosità e andare alla data romana del tour.

La zona intorno all’Init è completamente diversa rispetto a qualche anno fa: i cantieri della mitologica Metro C sono scomparsi per lasciar posto ad uno sproporzionato marciapiede, mentre il Circolo degli Artisti… beh, è scomparso e basta.

L’opening act è affidato ai Nauti: giubbe rosse, caschi da cosmonauta (dejà-vu?) e proiezioni video che alternano tute spaziali a Bud Spencer non mi fanno rimpiangere di essere arrivata in anticipo; ad essere onesti, durante il loro live si respira una bella atmosfera e per una volta sono effettivamente contenta di vedere il gruppo spalla.

Iosonouncane sale sul palco con un effetto scenico che speravo oramai condannato all’oblio: la macchina del fumo. Capisco che si intona bene con una sigaretta sempre tra le labbra ma per cortesia basta.

Poche chiacchiere, comunque. Molto fumo e molto arrosto.

DIE dal vivo è una bomba, niente meno di così. La verbosità di La macarena su Roma si fa  da parte in favore di un linguaggio figurato più scarno e simbolico; in mancanza di un  vocabolario adeguato, mi limito a definire la sua musica “elettronica con l’eskimo”.

Fa la festa, se la gode e ce la godiamo tutti.

Il concerto dura quasi due ore: all’intero DIE si aggiungono La macarena su Roma e Il corpo del reato. Si prende qualche pausa per mettere in discussione l’acustica del locale (“Devastante!”) ed esporre il suo Credo – o, piuttosto, quello dell’Uomo Medio (“Che c’è di meglio di un culo? Niente è meglio di un culo… Toh, forse il primo dei Pink Floyd. Rock Bottom di Wyatt, se ne può parlare. Ecco, nessun disco di De André è meglio di un culo. Non me ne vogliate…” ).

Poche chiacchiere, comunque. Sarà un pensiero retorico, ma non servono molte chiacchiere quando hai i suoni giusti che parlano per te.

Non nego di esser tornata a casa con una strana sensazione in testa, come se fosse esploso un vulcano e i detriti avessero appena iniziato a sedimentarsi tutt’intorno.

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