Primo Ascolto: Il Teatro degli Orrori, “Lavorare Stanca”

Copertina Il teatro degli orrori
La copertina, data di uscita 2 Ottobre 2015

O “di come un singolo a sorpresa di un album annunciato ha catturato l’attenzione di un fan di vecchia data”

Non poteva che giungere al termine di un Agosto infuocato l’annuncio ufficiale del quarto album in studio del Teatro degli Orrori, notizia affidata ai social media dopo alcuni mesi di foto e strizzatine d’occhio atte a di coltivare l’hype in noi followers.

Il terzogenito “Il Mondo Nuovo” (2012) creò una piccola crepa nella grande opera composta da “Dell’Impero delle Tenebre” e “A Sangue Freddo“. Nonostante il bagno di folla raccolto in praticamente ogni data su e giù per lo stivale la critica restò tiepida di fronte all’ambizioso concept album imperniato sul complicato tema dell’immigrazione. Tiepidi d’altronde furono anche gli stessi membri della band al momento del lancio, che lo definirono come il loro album più commerciale, tanto che dopo un anno di tour con una scaletta quasi equamente tripartita fra i loro lavori fece seguito lo “A Sangue Freddo Tour”, con la riproposizione integrale dell’LP del 2009.

In data 11 Settembre 2015 abbiamo già una corposa lista di date e laTracklist completa del nuovo album omonimo, dal canale ufficiale youtube del gruppo spunta anche il primo estratto: Lavorare Stanca.

Il disco è stato pensato “per essere suonato dal vivo” ci comunica la banda, inoltre “è lo specchio della vita che viviamo e dei tempi che corrono“, per cui, “aspettatevi un disco terribile e senza speranze“.
Chi lamentava l’eccessiva verbosità dell’ultimo Teatro non disperi, dal secondo 00:01 fino alla fine dei quattro minuti e dieci la voce del nostro Pierpaolo Capovilla non ci lascerà nemmeno per un istante. La canzone è il grido disperato di un nessuno parte della classe operaia e lavoratrice più umile italiana, una grave denuncia al capitalismo che ci impedisce di coltivare le nostre passioni e la nostra personalità incatenandoci in lavori appena sufficienti a mantenerci un mese alla volta, ma scorgiamo anche una mano tesa a un’anima affine lontana e forse irraggiungibile. Non proprio una ennesima storia di migranti ma di migranti potenziali e in conflitto interiore, esortati però ad abbandonare il paese “che non cambia” e completare un disegno di uguaglianza e incontro fra popoli.
Aprirsi al grande pubblico significa evidentemente non utilizzare parolacce ma anche stigmatizzare le frasi fatte e i tic che rendono la massa ciò che è. Il rischio nell’affrontare una simile impresa è quello di essere riguardati indietro dal grande buio della cultura pret-a-portè ed inserire in una canzone frasi che non vorresti mai sentire in una canzone. Riporto un breve estratto che è stato prontamente aggiunto alla mia classifica all-times:

-In finmeccanica i soldi veri li fanno con le armi
-Non mi fossi mai sposato
-Andare a quel paese
-Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere

ma soprattutto

-Padreterno dispettoso

Al collettivo si sono aggiunti in pianta stabile, e hanno contribuito alla scrittura dei pezzi, Marcello e Kole, presenti sul palco con la band per gli ultimi tre anni.
Il primo pezzo composto a 12 mani su cui poggiamo l’orecchio si presenta roboante e meccanico, quasi industrial, con synth taglienti e striduli. Arriva il calore del basso di Favero, che si prende robusto la ribalta nella seconda parte della canzone e ci conduce al crescendo finale, preceduto da un inedito bridge a cappella. I musicisti sembrano tutti effettivamente in gran forma, ma un pezzo alla volta stiamo forse arrivando a riconoscere gli stilemi della canzone “alla Teatro”.
Il video è un montaggio in rapida sequenza di immagini di repertorio, un palinsesto delirante squarciato solo dall’interferenza finale del Capovilla microfonato, vero anti-Grande Fratello e dei visi abbaglianti del resto della band intenta nei suoi gorgheggi.

"non cambia/ non cambia"
“I see a little/ silhouetto of a man”

Se “Lavorare Stanca” fosse effettivamente un sunto del nuovo lavoro (che chiamandosi proprio “Il Teatro degli Orrori” fa scattare in me l’associazione mentale con il “un punto d’inizio ideale per i nuovi lettori”, come capeggiava sulla copertina di alcuni albi a fumetti) nella sua interezza potremmo dire che il TDO abbia coraggiosamente scelto di continuare sulla strada intrapresa in “Il Mondo Nuovo”, nonostante le critiche del cosiddetto zoccolo duro che richiederebbe un ritorno al crudo, rumoroso minimalismo delle origini.

Non entro nel merito delle scelte artistiche e non me la sento di attaccare quanti escono dal garage per rinchiudersi in uno studio pieno di ninnoli analogici e sintetici, mi schiero comunque fra coloro che apprezzavano maggiormente la band edonistica (ma non disimpegnata) dei primi tempi, di cui ci manca la freschezza. C’è chi è convinto che la musica non debba mai avvicinarsi troppo al comizio di un oratore, quanto piuttosto contribuire a tracciare dei percorsi mentali, una battuta, un grido alla volta, in grado di condurre le folle in piazza.

Ma il Teatro è così, ha molto da dirci e poca o perduta predisposizione alla sintesi. Attendiamo i live indimenticabili a cui ci hanno abituati e i dibattiti attorno a questa band che insegue la fulgida stella di PPP con un occhio e dei Jesus Lizard con l’altro. Vedremo l’autentica, intera fisionomia di questa formazione – questo è il momento della verità per la band, in bilico fra underground e ribalta nazionale, scetticismo e cieca fiducia – all’uscita del resto delle tracce. L’impressione è che la ricerca di un maggiore riconoscimento, già annunciata in precedenza, non sia finita. Legittimo. Ma cosa era stato a mettere un gruppo di musicisti, qualcuno in attività da decenni, improvvisamente alla guida del panzer TDO, attraverso muri di ascoltatori adoranti, e perché molti di quelli non si uniscono ai volti nuovi e più giovani attaccati alle transenne? Il passaggio non è stato senza perdite, i ragazzi sembrano comunque convinti del percorso intrapreso e, in fondo, abbiamo solo un singolo di cui parlare. A proposito, credo che al primo ascolto del lavoro intero salterò diretto alla traccia numero 5, titolo “Il Lungo Sonno (lettera aperta al Partito Democratico)”.
Capovilla, amatelo così.

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