Putan Club @ Palmetta: Tuona la Primavera

Durante una delle ultime notti d’autunno al Centro di Palmetta di Terni ha tuonato la primavera.

Si chiamano pUTAN cLUB, con le maiuscole al posto sbagliato probabilmente per una sorta di spirito sovversivo che si riscontra anche nella scelta letteralmente urlata a fine concerto di non voler pubblicare “mai mai mai!” alcun album ma piuttosto di voler lasciare in giro i semi di rivoluzioni che tutti possano raccogliere liberamente. Il concerto fa parte di una serie di live organizzati dalle tre associazioni Demetra, Suoni inChiostro ed Ephebia aggregatesi nel trisillabico Vier-Ko-Wood per difendersi dalla fredda umidità autunnale.

Dunque i PC sono in due, François R. Cambuzat alla chitarra punk sudatissima e Gianna Greco che si muove spasmodicamente da una parte all’altra della sala concerti della storica villetta di Palmetta, impugnando il suo basso come un’arma da fuoco.

Quando arrivo verso le otto di sera i nostri sono impegnati in un fragoroso soundcheck ed hanno già espresso il loro pensiero di base predisponendo le loro spie a favor di pubblico. Mentre poi l’organizzazione dell’evento si gusta un piatto di ottime lenticchie cooked in Palmetta, i pUTAN cLUB facendo compagnia ai loro ospiti raffreddati ed affamati raccontano un po’ di sè, della loro lunga tournée in giro fra Italia, Portogallo, Tajikistan, Cina, Germania e non so cos’altro, della loro Francia in crisi sociale, delle loro radici gitane dal confine spagnolo. E all’offerta della cena bisbigliano cordialmente “no grazie, noi no prima di suonare“.

Il suono, appunto: nonostante le apparenze ruvide, stridule, casuali, quello della coppia italo-francese deve essere, in realtà, un sound molto curato, soprattutto in studio. Il fondamentale basso di Gianna, la voce antimelodica di François con la sua chitarra spasmodicamente gracchiante sono accompagnati da una base elettronica pre-prodotta che distribuisce con un certo equilibrio le distorsioni ed i ritmi durante i loro pezzi. Le atmosfere sono industrial, forse post-industrial: ascoltando il live ad occhi chiusi si vede la periferia di una qualunque città occidentale con i suoi tralicci dell’alta tensione ed i grigi megacondomini popolari marchiati da poco comprensibili graffiti colorati. Kaos vitale.

I testi, in lingua francese, rari durante il live, sembrano quasi rappati e voler colpire dritti il bersaglio. Dalle poche parole che riesco a comprendere appare chiaro che facciano riferimento alla rivolta, all’anti-capitalismo, forse alla codardia della violenza sulle donne, forse anche ad una certa possibile rinascita. E mi sembra certo che quel kaos prodotto con notevole tecnica musicale, non possa che nascondere un umano desiderio di giustizia sociale. Desiderio espresso esplicitamente nella base pre-registrata dell’ultimo brano sparato dagli strumenti di François e Gianna  e che, quando qui da noi è ancora autunno, riecheggia i cori dei manifestanti della primavera tunisina.

 

Picture by Ephebia

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