
Mi ero ripromessa di scrivere del concerto dei Placebo solo una volta che ne avessi parlato in radio e tra varie vicissitudini mi ritrovo dopo due settimane solo ora davanti al computer a scervellarmi su cosa dire in proposito. La realtà è che la reazione è stata quella un po’ infantile di mettersi a saltare e ripetere a macchinetta “Che spettacolo! Che spettacolo!”, d’altra parte ho saltellato durante tutto il concerto, farlo dopo non sembra neanche così strano quando ci prendi l’abitudine.
Siamo arrivate abbastanza presto al concerto, avevano appena aperto i cancelli, mi sembrava tardissimo, mi sembrava strano non essere stata lì a fare un po’ di sana fila per poter prendere posto sotto il palco. Ero quasi preoccupata che non saremmo riuscite a vedere niente (io e le mie fide compagne di avventure, Maria Elena ed Akemi). In realtà quando siamo entrate nel Palasharp era mezzo vuoto, poche persone erano già sotto il palco che aspettavano calme sedute che iniziasse lo spettacolo. Siamo rimaste un po’ perplesse ma poco male, saremmo state abbastanza vicine al palco. L’attesa chiaramente è stata snervante ma premiata. Puntualissimi alle otto e mezza hanno iniziato a suonare i Silversun Pickups, gruppo di Los Angeles (vedi Marco che sono informatissima??) molto molto bravo che vantava un batterista non solo notevole ma anche coreografico. Già carichi dopo il gruppo spalla quando si è trattato di aspettare i Placebo la folla era elettrica. Ogni movimento dietro il lungo telo bianco che copriva buona parte del palco provocava un sussulto della marea di persone che ne frattempo aveva riempito il Palasharp, i milanesi sono sempre i soliti, aspettano l’ora dell’aperitivo per farsi vedere.
Finalmente il telo cade, i Placebo sono sul palco, la musica inizia e il pogo è selvaggio, forse troppo, per le prime due canzoni (For what it’s worth e Ashtray Heart) abbiamo un tantino paura di morire, poi tutto d’un tratto la folla si calma (che sia intervenuto qualcuno?) e il pogo diventa sostenibile, riusciamo ad apprezzare tutta la magia del momento. Non sono granché brava con le parole e quindi evito di dilungarmi in una sequela di “Spettacolare” e “Fantastico” scombinata. L’unica cosa che voglio dire è che non ho mai saltato e ballato tanto ad un concerto, e non ero l’unica. Una volta tanto ho visto l’apatico pubblico milanese prendere vita e scatenarsi.
Momenti memorabili?
. Io che mi lancio all’urlo di una delle mie fide compagne di avventura (Maria Elena) “La bacchetta” tra i piedi della folla (pericolossisimo!) retta per i pantaloni da lei, per recuperare il cimelio che ora si trova sul muro della nostra cucina a memoria dell’evento.
. La ragazza accanto a noi che dopo sole due note di “Special Needs” attacca a piangere come una fontana commossa.
. Quando hanno fatto “Meds” e mi volevo mettere ad urlare come una ragazzina (e l’ho fatto).
. L’urlo ternano “Daje!” che si è levato sopra la folla (chiaramente lanciato da me) coprendo qualsiasi altro urlo di incitamento.
. Brian Molko che tra una canzone e l’altra dice cose a casa tipo “This is not Milano Two! This is Milano One!”
. Brian Molko che ci incita a cantare Special K con ”There are no fucking words, just parappappaparara”.
Il concerto è durato dalle nove e mezza fino alle undici e mezza. Questo ha dell’incredibile ma non a Milano. A mezzanotte e mezza eravamo a casa, sovraeccitate da tutta l’adrenalina che il concerto ci aveva scaricato.
Non so se faranno a breve altre date in Italia. Io però so che sarò lì.




