Il Pan del Diavolo, Piombo Polvere e Carbone

Il Pan del Diavolo, Piombo Polvere e CarboneTracklist

1– Elettrica
2– Scimmia urlatore
3– Donna dell'Italia
4– La velocità
5– Piombo, polvere e carbone
6– Dolce far niente
7– Vento fortissimo
8– Libero
9– Fermare il tempo
10– La viliore
11– La differenza fra essere svegli e dormire

Saremo io e te, col Diavolo tre!

Il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista. Il Pan del Diavolo torna, dopo l'ottimo album d'esordio “Sono all'osso”, con “Piombo, Polvere e Carbone”, un disco che non si culla sugli allori del precedente: dove ci saremmo aspettati taranta e tamburelli, troviamo invece una moltiplicazione di suoni, a formare un tappeto sonoro dalla trama fitta e complessa; con la partecipazione di Antonio Gramentieri e Diego Sapignoli infatti, al ritmo “scarno” del duo siciliano si aggiunge una melodia più organica e uniforme. Anche il cantato risulta più soffuso e meno “gridato”- a parte qualche significativa eccezione.
La traccia di apertura, “Elettrica”, esemplifica bene questa maturazione: suono pieno, grida quasi sussurrate, “per quanti ritmi che ci sono in testa, la direzione non è mai la stessa”.
“Scimmia urlatore”, da alcune settimane già ascoltabile sul sito della Tempesta Dischi, è un piccolo “manifesto” della band: “io quando chiudo gli occhi vedo sempre una scimmia urlatore”, un felice connubio di rhythm'n'blues e psichedelia.
“Donna dell'Italia” e “La velocità” proseguono sulla stessa linea: la title-track “Piombo, polvere e carbone” è un brano quasi opalescente, la versione “opaca” di un ritmo sostenutissimo.
“Dolce far niente” è il pezzo più cialtrone del disco, pensato per pestare i piedi su di un (in)sano inno al fancazzismo, accompargnato dall'armonica dell'amico Luca Macaluso.
“Vento fortissimo” è quasi una ballata– col tamburello!- che sfocia in “Libero”, brano più sostenuto, in crescendo, che vede la partecipazione di Ufo degli Zen Circus al basso: onestamente, il mio preferito dell'album. “Sapessi quante volte tu terrai stretti i denti per restare libero e vero”.
“Fermare il tempo” invece è una ballata vera e propria, un piccolo momento di raccoglimento in vista dello sprint finale: agli archi, Nicola “Bologna Violenta” Manzan.
E poi “strillano i piatti, cambia parte e segue la musica”: “La viliore” è l'unico brano veramente, propriamente “urlato”, che rende ancora più evidente il contrasto con le sonorità brulle di “Sono all'Osso”.
La chiusa dell'album è quasi onirica: “La differenza tra esser svegli e dormire” è impercettibile, ci si lascia cullare verso la fine del disco– anche con l'ausilio dei fiati di Davide Barbatosta dei Nobraino.

Un disco nel complesso meno tarantolato e più trasognato, ma l'essere più misurato non lo rende certo meno godibile: fare un calco dell'album precedente sarebbe stato forse più facile, ma certamente di minor impatto.
La sfida del secondo disco è sicuramente riuscita.

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