
Sold-out per le due date romane del 17 e 18 novembre al Circolo degli Artisti del Teatro degli Orrori, band instancabile che con due soli album all'attivo riesce a proporre ogni sera uno spettacolo diverso, merito anche di un cambio di line-up che vede al basso Tommaso Mantelli aka Captain Mantell e alla seconda chitarra e violino Nicola Manzan aka Bologna Violenta.
Il concerto del 18 si apre con l'inquietante figura del frontman Pierpaolo Capovilla, ritto in mezzo al palco, col microfono puntato verso il cielo e la mano sinistra piantata sul cuore.
Il rumoroso silenzio che viene a crearsi tra il pubblico è quasi mistico, come in attesa di una rivelazione; Capovilla è il messia luciferino di una confessione che riconosce la sua Santa Trinità in Bacco, Tabacco e Venere –senza per questo trascurare le questioni di attualità e politica– e che raccoglie ogni anno un numero sempre maggiore di adepti.
Il primo pezzo, “È Colpa Mia”, è una sorta di mea culpa da parte di una generazione che ha lasciato solo macerie dietro e davanti a sé.
Senza prender fiato, si continua con “Due”, canzone “d'amore” narrata da un punto di vista femminile (!) e “A Sangue Freddo”, title-track dell'album ispirata alla figura dell'attivista-attore-poeta nigeriano Ken Saro-Wiwa, condannato a morte per aver tentanto di liberare il proprio paese dall'oppressione delle multinazionali del petrolio.
Di Saro-Wiwa è anche la poesia “La Vera Prigione”, reinterpretata in chiave noise-rock, che suscita un accorato e spontaneo applauso da parte del pubblico del Circolo.
Come ogni religione che si rispetti, anche Il Teatro degli Orrori ha una sua preghiera: mani giunte per il “Padre Nostro” –sì, quel Padre Nostro– ma qui non c'è traccia di misericordia cristiana, (“Padre Nostro, non perdonarli mai, sapevano e sanno benissimo quello che fanno”) né di onnipotenza divina (“Non soltanto Dio non governa il mondo, ma neppure io posso farci niente; se non fosse così, sarebbe terribile!”).
Momento per veri adepti con “Nostalgia”, una delle due tracce di “Split!”, inciso insieme agli Zu, circolato in una tiratura limitata di 666 copie (!)- tanto che a cantare eravamo io e Capovilla, praticamente.
Ritorno al primo disco con “Il Turbamento della Gelosia” e “Scende la Notte”, mentre “Majakovskij”, libera interpretazione di “All'amato me stesso” del suddetto, vede il cantante prima montare su tutte le furie perché il pubblico si ostina ad anticipargli le battute, poi buttarsi a braccia aperte– e a panza di fuori– sul pubblico stesso.
Le condizioni psicofisiche del Capovilla non sono propriamente lucide, tanto che salta una strofa buona di “Mai dire Mai” e ringrazia gli altri per aver recuperato il pezzo “che se fosse stato per me sarebbe andato tutto a puttane!”.
Il successivo tentativo di fellatio nei confronti del suo microfono non gioca a suo favore.
Chiunque abbia perso un amico in un incidente stradale non può che smetter di pogare e ascoltare in religioso silenzio, magari tra una lacrima e l'altra, “La Canzone di Tom”, dedicata all'amico Tom Dreyer: “volevo dirti che ti amo, cantare una canzone per non dimenticarti più, cantare una canzone per averti sempre, sempre con me”.
“Compagna Teresa”, primo singolo della band ispirato alle vicende di una staffetta partigiana, è un brano fisso nella scaletta, come ormai anche “La Vita è Breve” e “Il Terzo Mondo”, amara critica al mondo politico (“Non posso più sopportare i miserabili al potere”).
Riproposte invece per questo tour “Carrarmatorock!”, inno antimilitarista introdotto da un siparietto del Capovilla che finge di spararsi ad un piede scatenando un botta e risposta di “Tutto ok?” “Tutto ok!” e “Lezione di Musica”, che chiude degnamente la serata.
Inchini, saluti, il teatro smonta le tende e riparte per il suo tour-de-force, senza che la sua potenza ne risulti minimamente fiaccata.
Caterina




