
Tracklist
01. Rivendico
02. Io cerco te
03. Non vedo l’ora
04. Skopje
05. Gli Stati Uniti d’Africa
06. Cleveland – Baghdad
07. Martino
08. Cuore d’oceano
09. Ion
10. Monica
11. Pablo
12. Nicolaj
13. Dimmi addio
14. Doris
15. Adrian
16. Vivere e morire a Treviso
Non posso fare a meno di voi
Atteso, ascoltato, discusso, criticato e allo stesso tempo di successo, il nuovo cd del Teatro Degli Orrori che, al momento in cui scrivo, è addirittura nella top-ten dei dischi più venduti in Italia, un outsider di lusso.
Dell’Impero delle tenebre ha conquistato (e fortemente influenzato, sentire Fast Animals and Slow Kids e Management del dolore post operatorio) la scena indipendente italiana, scavando la sua nicchia in un’ ipotetica Hall Of Fame del rock italiano con il sudore lasciato sui palchi di tutta l’Italia e con un passaparola sfrenato, un passaggio di disco di mano in mano senza sosta. A Sangue Freddo ha iniziato ad agitare le acque in paradiso, un lavoro molto buono ma da cui i fan hanno percepito alcune note stonate, circoscrivibili nelle liriche politiche, a tratti struggenti, e in un certo addolcimento degli spigoli, musicalmente parlando (?). Bisogna ricordare che il secondo album, specie quando segue un primogenito di incredibile successo, porta sempre con se un peccato originale stigmatizzato dalla critica a prescindere, per questo in trepidante attesa di questa terza fatica, Il Mondo Nuovo suonato e registrato tra l’altro dal Teatro storico, non dalla formazione schierata nel secondo tour che già era stata centro di alcune polemiche.
Il Mondo Nuovo, è stato più volte ripetuto, è un concept album incentrato sulla figura del migrante. Dichiarazione di intenti ambiziosa, qualcuno inizia a corrugare la fronte , ma le paure si dissolvono in Rivendico, prima traccia muscolare con varie eco del primissimo Teatro, teso e ricco di invettive e poesia. La seconda traccia è il singolo Io Cerco Te, un tipo di pezzo che forse il gruppo cercava di fare in A Sangue Freddo e che finalmente è stato messo bene in piedi, con la collaborazione di Appino (Zen Circus) e di Annapaola Martin e Non vedo l’Ora tiene alto l’entusiasmo dei fan della prima ora, con il distortissimo basso di Favero e le batterie di Franz roboanti come piace. Riconosciamo anche le sonorità che Gionata Mirai ha ampliamente e felicemente espresso nel suo hardcore-taping album Allusioni.
Arriviamo poi ad una sorta di primo spartiacque interno alle 16 tracce dell’album. Skopje è il primo di questi famosi pezzi incriminati, quelli accusati di essere dei reading musicati. In effetti fa un po’ effetto sentire l’un tempo mefistofelico Capovilla parlare come le zie che in genere il suo pubblico, a ragione, cerca di evitare (Vedessi Iaalina com’è bella/capelli di grano(…/è una donna ormai/…/Susanna invece è così irrequieta…). Il tutto ovviamente va contestualizzato in un brano che parla di lontananza e miseria e che ha tratti di lirica altissima (Striscia fuori dal grembo del mare un piccolo granchio…) ed ovviamente parti cantate, come il ritornello Non posso fare a meno di voi, amore degli uomini del mondo che senz’altro resta bene in testa. È comunque un primo segnale. Invece Gli Stati Uniti d’Africa non l’ho capita proprio, limite mio. Come chiunque altro al mondo non chiedo di meglio che una solida federazione di stati africani ma dal punto di vista musicale questo pezzo, che nasce da un’interessantissima ed evocativa intro quasi tribale si sviluppa e muore troppo velocemente, un ritornello e non molto altro mentre si poteva decisamente chiedere di più allo sviluppo di questo pezzo. Wave,Flags,Wave per Cleveland-Baghdad, ospite Rodrigo D’Erasmo, un altro di “quei pezzi”, quelli stile reading, un po’ anticipati dalla Majakovskij del precedente album e senz’altro figlia come le altre del lungo tour di lettura poetica di Pierpaolo. Qui la musica inizia a dissolversi per lasciare spazio alla lirica, alla tragedia umana del soldato in guerra, ma dispiace se pensiamo a quello che potrebbe invece produrre il Teatro suonando a piena orchestra ed ottenendo la stessa potenza comunicativa, la stessa denuncia. Martino è poetica e accattivante, seppure ancora l’impressione è quella di strumentisti che non esagerano in riff e rullate per favorire la narrazione. Un brano comunque energico, anche se l’energia vera ce la porta un ispiratissimo Caparezza che, a denti digrignati, apre Cuore D’Oceano, nei cui crediti figurano anche gli Aucan. Uno dei pezzi più trascinanti e riusciti dell’album! Ion è il cuore del concept, per la posizione nella tracklist ma soprattutto per la dedica speciale alla moglie ed alle figlie del povero operaio straniero, ucciso arso vivo dal suo datore di lavoro, che dà il nome al brano e che Capovilla tiene particolarmente a ricordare. Le chitarre acustiche di Mirai accompagnano meravigliosamente un meno ispirato ma sicuramente commosso Pierpaolo. Una traccia-dedica la definirei, perché di certo non è una scala-classifiche né un pezzo da riascoltare in tutte le salse. Arriviamo con questa al secondo spartiacque. Da qui in poi la tracklist somiglia ad un elenco telefonico (Monica, Pablo, Nicolaj, Doris, Adrian)e mi dispiace dirlo (chi scrive è un grande fan) resta più o meno impressa allo stesso modo. È qui che ci rendiamo conto che l’album non è destinato a decollare nella seconda metà e queste storie di ultimi DeAndreiani, pur nella loro miseria, scorrono restando confusamente mischiate in testa così come le parti suonate, deja-vu e pezzi senza troppa ispirazione. Nicolaj è sicuramente la più intensa tra queste, anche per via della maggiore durata del brano che ha permesso un migliore sviluppo, ma la durezza nei giudizi è necessaria perché il meraviglioso estratto da Rimbaud presente in Adrian non ci cancella dalla testa quelAria/Aria Fresca e Pulita/LIEVISSIMA PURISSIMA, sempre nello stesso brano.
Dimmi Addio si distingue in mezzo a questi, con la sua elettronica e le sue chitarre che creano la giusta atmosfera e compongono una delle parti più memorabili del cd. L’ultimo brano, Vivere e Morire a Treviso, un intreccio tra la chitarra di Mirai e la componente elettronica dell’ennesimo gradito ospite (Alfonso Santimone) a sorreggere un brano evocativo –a tratti struggente, bisogna dirlo– che pone una degna fine all’album.
Dicevo in apertura, successo nelle vendite ma divisione tra i fan. Una soluzione che sembra ovvia a questo enigma sta nel consueto, hipster j’accuse di commerciabilità voluta e ricercata per il nuovo album di una band in cerca di altri riconoscimenti. Io personalmente mi trovo in forte disaccordo con questa tesi poiché è sufficiente ascoltare l’album per rendersi conto di come sia l’opposto del dischetto di facile ascolto e consumo riproponibile in radio per tutte le fasce orarie. Sposterei la discussione, se una discussione si vuole avere, sul ruolo dell’artista nella vita del popolo. Il Teatro Degli Orrori, e sottolineo il Teatro nella sua interezza perché non è corretto far ricadere tutto il peso delle scelte di un collettivo sul solo frontman, sembra sentire molto il suo peso politico, la sua capacità di raggiungere vasti pubblici con un linguaggio comprensibile ai più come quello del rock. Sembra sentirlo troppo in effetti. Dell’Impero Delle Tenebre ha scaldato il sangue di tutti i fortunati possessori del cd/spettatori del concerto ed è soprattutto durante il live, momento in cui il rapporto artista/pubblico è massimo, che i pezzi, già apprezzati senza troppe domande, sono stati spiegati nella loro duplice valenza (si pensi a Compagna Teresa, alla title track) e quindi doppiamente apprezzati. Questa ricerca di una maggiore e più manifesta profondità è poi continuata in A Sangue Freddo ed è stata infine messa sotto il naso di tutti in questo terzo episodio, a larghi tratti indisponendo la frangia più conservatrice e pretenziosa del pubblico, ma anche quanti semplicemente si scatenavano in quelle feste assordanti che sono i loro live senza ricercare troppo una morale in questo. Sicuramente i nuovi pezzi spettineranno ancora il popolo del sotto-palco in questo terzo tour e le ottime vendite si tradurranno immancabilmente in sold-out. Qual è il problema allora? Il problema è che anche se sei davanti ai nostri occhi MI MANCHI, TDO. Mi manca la scarna brutalità dei tuoi pezzi, i capelli lunghi e castani di Capovilla, la risata mefistofelica che immancabilmente introduceva Vita Mia!, la cieca ebbrezza salvifica dei tuoi pezzi più aggressivi. Imparare dalle storie di Ken Saro-Wiwa e riflettere sulla condizione dell’immigrato è sacrosanto, ma perché devi essere te a insegnare? Perché poi questo deve ricoprire un’importanza simile rispetto al resto?
Scusate lo sfogo, non renderà il giusto onore ad un album senz’altro interessante e coraggioso, che lucidamente parlando meriterebbe lodi maggiori, ma come premesso alla tastiera c’è un fan e credo di dare voce a molti altri nella mia condizione. Senza troppe pretese.
ultima postilla: plauso particolare alla sezione grafica del cd, che riproduce l'opera FACE CANCEL di Roberto Coda Zabetta
Matteo Paloni




