Operaja criminale, Roma, guanti e Argento

Operaja criminale, Roma, guanti e Argento
Tracklist

E.C.G.
L’ordine naturale delle cose
La routine dei guanti
Grave
Torino
Fine marzo
Tremore #3
Milano
Tremore #2
La mia città è morta

È uscito da pochi giorni “Roma, guanti e Argento”, il primo disco di Operaja criminale (prodotto da Giorgio Canali). Ho cercato una definizione che rendesse merito a questo disco in poche parole, poi ha vinto la convinzione che la grandezza che si affaccia in questo lavoro sia proprio in quell’immediatezza che non si lascia dire. È un disco rock, è un po’ noise, cantautorale, eppure c’è dell’altro. Si potrebbe sottolineare la provenienza dei musicisti, tutti già impegnati in progetti noti, e si potrebbe insistere sulle caratteristiche “tecniche” di un disco registrato in presa diretta nel pieno dell’era digitale; questa prassi però è buona per i dischi che dicono poco e niente. Qua la storia è diversa, perché può capitare che quello che ascolti ti ricordi qualche cosa che hai pensato e dimenticato da anni, può succedere di riconoscere qualcuno o qualcosa, come dietro a un vetro stampato. Può essere un contatto immediato o la sorpresa del ventesimo ascolto, ma succede; perché “Roma, guanti e Argento” è l’espressione viva di uno sguardo basso che si posa sul mondo, da cui non si può essere completamente estranei; non si tratta di un raffinato esperimento, ma del tentativo di riabilitare l’uso naturale di dire quello che c’è da dire.

La narrazione di Operaja criminale è una storia che passa tra la gente che si dimentica di sé “protetta dall’avvento dei nuovi mercati” e i passi cadenzati e alienati di una città morta, in cui “tutto somiglia ad un fiore di plastica”. C’è un amore che non esce mai di casa. C’è una rabbia disordinata e nervosa, la “spietata dote di chi muore in provincia”, che trova sfogo in un crescendo che scarica il peso delle catene, ma che non ti lascia fuggire. Al limite si può guardare tutto da lontano, per riconoscere la Torino operaia in un frame di Dario Argento, che ormai a bruciare non sono più le millecento ma le persone. Non c’è da pensare troppo alla forma, perché finalmente abbiamo per le mani un disco che non vive della pretesa di un simbolismo stentato che suona bene e basta. Qui tutto è concreto, il lavoro di Operaja criminale si alimenta e parla di qualcosa che esiste, che si sente e che non si può non riconoscere; è tanto reale che la scelta della registrazione in presa diretta acquista il senso di un umanismo rinnovato, che non vuole lasciarti il tempo di metterti in posa. E c’è qualcosa di tanto originario che a tratti fa tornare in mente quel concetto di uomo mutilato tipico di certe teorie sulla letteratura del secolo scorso, per cui la distanza patologica tra l’umanità e le sue prassi di vita era il frutto di un processo disumanizzante ancora inteso come reversibile. Quello stesso processo oggi è formalmente riconosciuto come “l’ordine naturale delle cose”, un ordine che vende e quantifica tutto e lascia come unico scenario aperto alla vita quello che gli avanza: la città, la moda e l’orrore. Oltre a questo, resta l’umano.

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