Postato da Mark Zonda il 30 marzo 2006
“Take these flowers to your sister…” Sunday Morning (©2006 Midfinger Records)
1. Riding Place 2. July July 3. Ellis 4. Cafelitos 5. Look at stars 6. Cigarettes 7. From the basement 8. The longest Friday 9. Is that racoon sweeter than me? 10. Like you do
La figura dei cavalli ha accompagnato Cola, cantante dei Sunday Morning, lungo le praterie del suo immaginario fin da piccolino. Non stupisce quindi che la pregevole art del booklet di “Take these flowers to your sister” - titolo alla “English is useful for my job” – sia accompagnata dalle sagome psichedeliche di destrieri da giostra. Tante le affinità musicali e i riferimenti richiamati dalle immagini dell’album , liriche e sonore. Mi ritrovo a immaginare quanto siano volute, ricercate o frutto di dopaminiche coincidenze. A partire dal film di Pollack “Non si uccidono così anche i cavalli”, la cui protagonista, Ellis, viene immortalata nel suo male di vivere nella frase “Qualcuno fermi questa assurda giostra. Voglio scendere”, riferita all’assurdità dell’esistenza umana. E non è forse “Ellis” il titolo della migliore canzone dell’album, dal sapore Beatlesiano? Ebbene si’. “Ellis” non avrebbe di certo sfigurato in “Magical Mistery Tour” con il suo bridge prolungatamente allucinatorio alla “Blue Jay Way”. I richiami a Harrison non finiscono qui, e ritroviamo una splendida slide guitar dal sapore “rocky”, curato e vintage in “Is that racoon sweeter than me?”, che spesso seleziono per le mie serate da DJ (invero l’unica canzone ritmata dell’album). I Sunday hanno deciso di essere un po’ meno rock e un po’ più ballad, forse in onore del nome “velvettiano” di cui si fanno onerosi, onorati e – assicurano – inconsapevoli portavoce, più probabilmente a riprova di una maturità musicale raggiunta ma non ancora conquistata e per questo incessantemente ricercata (l’album è stato registrato nell’arco di tre anni e la band è già alla ricerca di “un nuovo sound”).
L’incipit di questa marcia in circolo lungo il terreno battuto del rock è affidato alla neo-psichedelica “Riding Place”, sospesa a metà fra una versione valvolare di “Everything in the right place” e una distorta reprise di “Us and them”, dove tutti gli strumenti vengono introdotti stereofonicamente in un soave tappeto sonoro.. Non male come colpo di partenza! La voce di Cola è calda e misurata, molto gradevole. D’altronde al giorno d’oggi in studio si fanno miracoli, e l’unico disperato incurabile rimane il cantante dei Mando Diao, che probabilmente è in grado di fare impazzire qualsiasi marchingegno elettronico, anche fra i più sofisticati.
”Cafelitos” in realtà sembra più un canto da oratorio che altro, anche se, di tanto in tanto, l’arpeggio di chitarra riesce a spruzzare qualche colore Loureediano sulla tela musicale e il tamburello cerca di richiamare alla mente una session di prova per “Hey Jude”. Poi arrivano mellotron e glockenspiel, e capisco di essermi sbagliato. Altro che Velvet Underground! Cola and the gang sono i nuovi Beehive!
”Look at stars” - l’unica volta che l’articolo ci voleva è stato omesso – richiama da vicino non solo il packaging dell’album, ma i Red Hot Chilly Pepper di “One Hot Minute”, sia nella musica che nel testo meta-karmico-quotidiano. La band riesce nell’impresa in modo lodevole ed efficace.
L’album prosegue con “Cigarettes”, decisamente settanta, a cavallo fra un Ziggy Bowie e una profumata Bette Midler (la chitarra in chiusura ricorda moltissimo “The Rose”) e “From the Basement”, un brano acustico e distorto che non scollina proprio, e finisce là dove “I want you (she’s so heavy)” appena comincia. Peccato. Se fosse durata altri undici minuti avrebbe potuto essere la nuova “Ballad Of A Thin Man”. Do you, mister Cola?
Personalmente “The longest friday” mi ricorda la prima parte di “One of my turns” dei Floyd in melassa edulcorata, ma devo ammettere che occorre pepararsi diversi bicchieri di Jin&Juice per riuscire ad arrivare alla stessa conclusione.
L’album si chiude con la sconclusionata e inconcludente “Like you do”, per solo piano e voce, che stupisce per le capacità vocali di Cola, un po’ meno per la legatissima e secca prova al piano. Lascia un po’ con l’amaro in bocca. Forse non sarebbe sfigurata come traccia nascosta. Ma non è forse un album interamente composto da ghost tracks? (I titoli sono racchiusi a mo’ di vinile all’interno del libretto). A onor del vero sembra la bonus traccia di una colonna sonora tratta dal documentario di uno di quegli artisti un po’ sfigati e defunti entrati nella leggenda, uno di quelli di cui è già stato pubblicato tutto il pubblicabile e di cui si è all’eterna ricerca di nuovo materiale da far cannibalizzare ai fan, per rendere una ennesima raccolta più appetibile grazie alla versione inedita di un grande classicone rubato dalle cassette delle session scartate, dimenticate in un non precisato comodino di un non precisato albergo, vicino ad una scontatissima Bibbia. Così, come fai tu, quando accendi un registratore mono e ti lasci andare al momento, il brano di chiusura di “Take these flowers” ricorda un po’ Freddie Mercury che improvvisa al piano la versione - allora - inedita di “Imagine”, quella del film documentario su John Lennon. “Like you do” ci informa che “Tutti gli angeli stanno suonando, come fai tu”. Che sia riferito a Lennon nei cori di "Let it be"? Nelle session di “Get Back” - poi “Let it be” - durante una prova del brano su “mother Mary”, John e George, per l’eccessivo controllo di Paul sulla canzone, furono relegati al mero ruolo di “voci bianche”. Prima dell’inizio della canzone, sui primi passaggi alternati al piano, si può sentire il beffardo Ono Lennon chiosare con una vocina da satiro fanciullesco:”… e ora faremo come un coro di angioletti”, per prendere per il culo l’eccessivo buonismo Maccartiano. Immagini, riferimenti, affinità. Chissà se i ragazzi di Cesena hanno brucato nelle stesse praterie che bazzicano tutti gli amanti del rock più classico. Fatto sta che nel cimentarsi con la realizzazione di “Take these flowers to your sister” si sono dimostrati, quotati o meno, degli autentici fuoriclasse. La corsa continua. E so già su quale brocco puntare.
Mark Zonda |