
Nel nostro Paese per anni abbiamo lamentato più che una mancanza di un mercato indie, la mancanza di un vero e proprio mercato discografico – salvo poche e fortunate eccezioni — che potesse sfamare la reale richiesta di musica di qualità prima ancora che la proposta commerciale all'interno della stessa. Questa mancanza ha fatto danni incalcolabili che vediamo sotto gli occhi (e purtroppo ascoltiamo con le nostre orecchie) ancora oggi, attenuati soltanto dall'abnegazione dei microcircuiti alternativi o dal web.
The lovely Savalas sono il risultato di decenni di questa mancanza, perché sono stati costretti ad andarsi a ritagliare uno spazio dove la musica conta davvero: la California. E l'hanno fatto (giustamente) senza nessun complesso d'inferiorità, manifestando la convinzione e la determinazione di chi non invidia e si fa consapevole della propria strada.
Il loro primo lavoro discografico ufficiale, uscito per l'etichetta californiana Above Ground Records, trasuda west coast a più livelli; quella solare e gioiosa dei Jane's addiction, quella cupa e rarefatta dei Queens of the stone age, quella malinconica ed introversa degli Stone temple pilots. Ma The lovely Savalas non hanno fatto certo migliaia di chilometri per andare a fare le comparse, per cui, ogni qualvolta faccia capolino l'ombra del gruppo clone, loro sono lì a confondere le acque con soluzioni personali ed inaspettate.
Una pagina a parte meriterebbero soltanto le collaborazioni di musicisti famosi e famosissimi che hanno portato un loro contributo al disco. Da Nick Olivieri a Martyn Lenoble, che non hanno certo bisogno di presentazioni, agli sperimentatori di casa nostra Xavier Iriondo e Massimo Pupillo, per un totale di una quindicina di musicisti aggiunti e relativi strumenti addizionali. Roba da far concorrenza al “Pavarotti & Friends”!
Quando un fiato (“Never break”), quando un inserto elettronico (la title track “Pornocracy”), quando la “mescita” musicologica cade sulla scelta della lingua francese (“Effet domino”), di questo album si potranno dire molte cose ma di certo non che sia banale. Il respiro anni '80 di “Shine on me tonight”, le melodie pop di “Desert of December”, le tematiche (drammaticamente attuali) della traccia apripista “All the President's girls”; ed infine la ghost track in perfetto stile anni '90 ad impreziosire (e non solo nello stile) quello che è senza dubbio un disco di buona musica.
Rimane solo da chiedersi quale sorte sarebbe stata riservata a questi ragazzi se i loro sguardi si fossero potuti affacciare fin da subito sulla Bay Area e sull'illuminato sud della California, invece che su tre inceneritori.
Giovanni Capotombolo




