XIX, EP

Sono andato ad incontrare Marco nella taverna di casa sua, questo locale che, un mobile alla volta, si è trasformato nel suo studio di registrazione personale.

Il processo è stato lento e privo di traumi, questo penso vedendo tutti i cavi che si arrampicano come edera attorno ai divani ed alle sedie di legno.

Il progetto XIX è nato qui, dopo molti anni di pratica come chitarrista in gruppi che hanno avuto vita breve, sempre a fianco del cugino Leonardo. Poi il suddetto cugino si è ritrovato coinvolto in un altro progetto di discreta caratura (questa robetta qua, già apparsa su questi schermi peraltro) e Marco si ritrova da solo in taverna, con il manico della chitarra in mano.
La voglia di suonare e la nuova esigenza di farlo da solo lo spingono a comprarsi dei pad e ad allestire dei dj set (!!) di tipo techno/industrial. Questa breve esperienza ritorna utile ai fini della storia, è stata una buona scuola per XIX, che da quella scena ruba delle sonorità e alcune vibrazioni, ma non il mood, dato che “l’industrial ormai non prescinde da una dimensione dance, che a me invece non interessa”.

Tracklist:

01 Genesi
02 God ask her
03 Eve
04 Adam
05 XIX

Il primo E.P. di XIX mette molta carne al fuoco e la dispone su così tanti livelli, volumi, stili che è difficile trovare un trait d’union.
A Marco non interessa farvi ballare: qui non ci sono batterie e se i pezzi in alcune fasi raggiungono un ritmo è solo un caso fortuito, un’illusione che svanisce col tocco di un pedale. Le chitarre restano sommerse sotto il livello dell’eterno feedback di sottofondo e a tratti riemergono, per rituffarsi e mischiarsi fino a rendersi indistinguibili nel brusio noise, e poi ancora tornare.
Un e.p. apparentemente ambient, le canzoni in realtà hanno troppi momenti e questi momenti sono troppo diversi fra loro per poter fotografare una suggestione ben definita. Dopo dei momenti pseudo industrial ci scopriamo sorpresi dalla dolcezza di suoni eterei, che sembrano sbocciare casuali nella giungla elettrica. Svolte di questo tipo sono frequenti e disorientanti, sia nell’immediato per l’impossibilità di vederli arrivare che a posteriori, per l’assurda coerenza che trovano in questo lavoro.
“Questi sono i brani più rosei fra quelli che ho composto fino ad ora, non è un e.p.concept, è più una raccolta ben organizzata. Non lo trovo neanche troppo criptico”.
L’e.p. omonimo di XIX è davvero molto diretto, non mette alla prova l’ascoltatore ma non concedendo punti di riferimento di alcun tipo risulta a tratti ansiogeno. Questo e.p. è completamente irresponsabile ed umorale, e lo dico con stima.
Nel brodo culturale da cui emergono questi pezzi fanno parte Neon Genesis Evangelion, l’umanità universalmente intesa e Tim Hecker come singolo. Ascoltare a volumi sufficientemente alti.

01 Genesi

“è un’introduzione al disco, contiene fondamentalmente alcuni tecnicismi ed è divisa in due parti. Molti dei miei sono divisibili a metà, anche se non sono speculari mi piace pensare che ci sia simmetria”, “è stato così anche per la scelta del tuo nome?”, “Fondamentalmente sì”.
Si parte da un feedback che cresce pulsando, un crescendo nervoso. Dopo l’ingresso si giunge ad una parte che “simbolicamente è la porta dell’album vero e proprio, quando parte la chitarra ci immettiamo in un tunnel ad alta velocità”.

02 God ask her

Secondo pezzo, primo grande contrasto: “è completamente in disaccordo con quello ascoltato prima, mi fa pensare al verde, ai Sigur Ros per il suo modo di essere nordico e distensivo (ma di questo mi sono accorto solo dopo). Mentre lo componevo pensavo: voglio fare un pezzo felice, un diamantino di due minuti.”
“Hai cercato di costruirti questa piccola oasi perché ne sentivi il bisogno o serve di più all’economia del cd?”
“L’ho inserito per aumentare la portata dell’album, per renderlo più vario. Qui non ci sono utilizzo le distorsioni che puoi trovare negli altri pezzi. Chiaramente c’è anche un’esigenza mia di fondo.”
Via libera alle più varie sperimentazioni, i trilli finali non sono altro che i suoni delle pale di un ventilatore in funzione e dello sbattere del suo mazzo di chiavi.

03 Eve

Questa e la successiva Adam sono pezzi collegati, e mi tornano alla mente le dolci memorie del Third Impact scampato (o forse no, a seconda che  si tratti di serie o di o.a.v.). “Eve ed Adam sono nate una dopo l’altra, questa è  la più pura delle due, la più femminile”
“Eva non è proprio accostata alla purezza normalmente, la stai riabilitando te.”
“Diciamo la purezza del mondo femminile. Se fosse un colore sarebbe l’azzurro. Probabilmente c’è finito dentro l’ascolto Aurora di Ben Frost, lo rivedo in questi suoni molto grossi che ho ricreato”.

Marco è molto alto e si raggomitola sulla sua sedia a questo modo mentre lavora nel suo studio/taverna.
Marco è molto alto e si raggomitola sopra la sedia a questo modo mentre lavora nel suo studio/taverna.

04 Adam

“Una traccia più maschile, più cruda e anche un po’ malata”.
Cupissime chitarre si rispondono dalla parte destra a quella sinistra dell’impianto, la spaccatura all’interno di questo pezzo lo divide praticamente in due canzoni distinte.
“Non temi di passare per un improvvisatore, per un dilettante?”
“L’importante è quello che stai cercando. Io ricerco sensazioni, se per me funziona è ok. Mi sta bene di percepire i più ampio spettro emozionale possibile”.
La parte finale della canzone è una marcia militare colossale, quando gli offro la mia riflessione risponde “qui ho pensato un po’ a Berserk [noto manga fondamentale, n.d.a.] e ad un gruppo belga, gli Amenra.” Ancora emozioni contrastanti in questa traccia. Una lunga coda (4 minuti) conduce al pezzo finale. Questa distanza viene colmata da voci distorte e depotenziate fino a farne il suono di uno spiffero fra gli infissi, serve per creare separazione dall’ultimo pezzo, il quale ha una sua identità che riesce nell’impresa di risultare ancora una volta imprevedibile.

05 XIX

La più robotica ed inorganica tra tutte le parti di questo lavoro.
I suoni elettronici si accendono e spengono ad intermittenza, ci preparano all’atterraggio di un’enorme struttura.
è il finale distopico di questa riscrittura della genesi.

XIX mette sul tavolo un progetto fortemente naif, scriteriato ma in maniera calcolata.
“Questo e.p. è un mio flusso di coscienza, ho voluto riproporre senza filtri la più vasta gamma possibile di sensazioni”.
Molto intimo, ma c’è anche dell’altro. Vuoi per l’immaginario di origini millenarie rievocato con i nomi delle tracce, vuoi per l’immensa libertà percepibile, la dimensione di questo lavoro è titanica. Non voglio fare un’allusione ad un immenso talento che ci ha regalato un pezzo fondamentale della storia musicale italiana, e credo che nemmeno a Marco interessi una croce del genere, dato che il suo percorso è appena iniziato ed ha ampissimi margini di sviluppo e miglioramento, pur essendo molto lontano dal dilettantismo paventato. Titaniche, dicevo, sono le figure evocate, figure giganti, ambienti cosmici. Questo lavoro esprime la volontà di grandi imprese che non arrivino mai ad un esito definitivo.
“Il momento migliore [nella carriera di un musicista] per fare il cazzo che ti pare è l’inizio”.

XIX, self titled, è ascoltabile in streaming su ImpattoSonoro, dal 15 febbraio è disponibile in download ad offerta libera sul Bandcamp dell’etichetta Stay Home.

XIX è Marco Anulli, guitars and electronics

Label: Stay Home: Gigs and Records

Art by: Marco Anulli e Mattia Laureti after Chiara Cernieri

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